Obama a sorpresa

24 Ago

Ieri mattina, lungo la strada, ho notato uno strano fermento. Macchine della polizia, persone con giacca e cravatta. Non consueto, tanto che ho chiesto alla mia first lady: hey non noti niente di strano? Secondo me qui c’è puzza di servizi segreti. Lei mi guarda senza neanche rispondere con la faccia come per dire: si, siamo in America e adesso arriva Bruce Willis che ci salva tutti…

Così l’accompagno in ufficio e sulla via del ritorno il bus si ferma: l’autista annuncia qualcosa a bassa voce di cui carpisco l’ultima parte: the President is here.

Penso subito al presidente con il farfallino dell’Università ma gli elicotteri in cielo e le moto in corteo mi fanno subito cambiare idea. Così scendo dal bus, penso due minuti due: dove potrebbe andare il mio amico Barack? Al centro studenti, chiaro. Così faccio a piedi le 4 miglia e mi ritrovo appena davanti almeno 5 furgoni bianchi, classici da scorta e almeno dieci energumeni con fucili di precisione a tracolla che con i binocoli scrutano i tetti degli edifici vicini.

Dunque avevo ragione! Obama è al centro studenti. Con me appena dieci ragazzi che per caso hanno capito la situazione.

Il poliziotto fa cenno ampio con le braccia di allontanarci e io decido di fare il giro del centro studenti per vedere il Presidente degli Stati Uniti d’America. Yes you can, mi faccio forza. Contemporaneamente vedo un corteo di almeno 50 macchine: è lui, è lui! saluto come un ebete, urlo CIAO, CIAO, come per voler attirare l’attenzione.

Nel frattempo lui entra nella mensa studenti, saluta, stringe mani e fa un piccolo discorso che riesco a sentire: dice che il futuro dell’America è nell’istruzione e che deve essere per tutti.

In 10 minuti tutto è finito e questa visita non era assolutamente prevista tra lo stupore di chi come me era li. Nessuno se l’aspettava, ma sapete, alligatori, siamo in America e qui può succedere di tutto: un giorno per caso ho visto Obama e l’ho salutatao, ciao!

p.s. mentre succedeva tutto questo ho chiamato la mia first lady e le ho detto: Hey, F.L. c’è Bruce Willis che ci vuole salvare!

see you later alligators in O H I O

Mito contro realtà

20 Ago

Oggi abbiamo fatto un gioco con i nostri amici internazionali in Ohio: abbiamo cercato di capire quali miti sono da sfatare rispetto agli USA.

Per la prima volta nella mia vita ho percepito la sensazione di uno stereotipo al contrario. Di solito lo stereotipo è negativo: in questo caso, forse, abbiamo stereotipi troppo positivi.

Mito: in America puoi trovare lavoro facilmente.

Realtà: in America si può trovare lavoro facilmente ma si tratta spesso di lavori di basso livello. Non è tecnicamente possibile arrivare dall’Italia e sperare di trovare lavoro: si dovrebbe avere il permesso di soggiorno e l’autorizzazione per lavorare (che però si può richiedere solo negli US e ci vogliono almeno 2 mesi). Il discorso cambia se hai uno sponsor e prendi accordi direttamente dall’Italia.

Mito: in America le città sono affollate

Realtà: bisogna distinguere le grandi città (New York, Los Angeles, etc) dal resto d’America. Le città –normali- sono generalmente e desolatamente vuote e per lo più si gira in auto. Le persone alloggiano fuori città in condomini costruiti nel nulla.

Mito: in America tutto è supertecnologico

Realtà: no, assolutamente no. In molte grandi città la rete elettrica corre ancora su pali di legno. Dopo un fortissimo temporale alcune città del midwest, tra cui Columbus, sono rimaste senza energia elettrica per 10, dico dieci giorni!

Mito: è bravissimo si è laureato a Stanford.

Realtà: si dovrebbe dire “è ricchissimo, si è laureato a Stanford”.  La retta per questa famosissima Università è di 150 mila dollari l’anno. A voi le conclusioni.

Mito: i ragazzi americani sono più indipendenti di quelli italiani.

Realtà: in America mamma e papà ti accompagnano all’Università. Fanno il tour del campus con altre mamme, papà e con i loro figli. Arredano la cameretta del dormitorio con loro. Nei fine settimana i ragazzi tornano a casa di mamma perché hanno bisogno di affetto.

Mito: Negli Stati Uniti si vive benissimo

Realtà: il tasso di mortalità infantile per maltrattamenti è 15 volte superiore alla media degli altri paesi (fonte Unicef).

Il 21% dei bambini americani vive in stato di povertà (fonte Columbia University – NCCP).

Il 25% degli americani è obeso.

Mito: in America ormai c’è integrazione sociale.

Realtà: gli U.S. sono grandi e non si può generalizzare. La distinzione tra colored e bianchi è però netta. Si percepisce nettamente la diffidenza verso l’afro-americano. I nativi americani, gli indiani, sono marginalizzati.

Mito: in USA i trasporti sono ottimi

Realtà: il sistema ferroviario è praticamente ridotto ai minimi termini, i collegamenti aerei sono cari (il modello Ryan air è sconosciuto qui), le autostrade sono ottime ma molto trafficate soprattutto da TIR.

See you later alligators

Prossimamente in arrivo la storia del vero protagonista di questi racconti

Sua maestà pasta al forno per il Family Dinner

15 Ago

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Cheers! brindiamo con un calice in mano e ci guardiamo negli occhi come da migliore tradizione.

Amici, ci dicono, se voi apriste un ristorante a Columbus, diventereste ricchi in pochi mesi: delicious, non abbiamo mai mangiato una cosa così saporita! Nemmeno nel ristorante più famoso di New York!

Questo è l’epilogo di uno dei famosi e bizzarri family dinner per cui la first lady si è impegnata nella preparazione della mitica pasta al forno.

Gli invitati sono una ventina, tutti sempre ben scelti nel ventaglio delle personalità umane: c’è la signora agée che prepara i fiori per la tavola, un signore che ha fatto il sosia di Mick Jagger, c’è un giudice dell’accusa (donna), un veterano newyorkese dell’Iraq, il nostro amico Jimmy -l’americano che ti immagini- e non può mancare Anne che questa volta è accompagnata dal suo fidanzato, un camionista laureato in arte.

La portata principale, sua maestà pasta al forno, lascia tutti a bocca aperta: devo ammettere, è riuscita davvero bene.

La ricerca degli ingredienti è stata semplice, dice la supercuoca. Basta improvvisare, sperimentare. Ha ragione tanto che il ragù è perfetto, la besciamella sopraffina: il parmesan da il tocco finale.

Viene servita ancora fumante e si capisce dagli sguardi che è piaciuta a tutti. Un grande brindisi, cheers!

A turno ci propongono di aprire un ristorante o una sorta di catering: si fantastica e si ipotizzano idee per farci restare qui in America. Diventereste ricchi in due mesi al massimo, ci ripetono per almeno cinque volte!

Potere della pasta al forno.

 

See you later alligators

Una vecchia stazione nel (mid)west. Misteri e intrighi a Columbus

9 Ago

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Questa è la storia di una stazione ferroviaria che non c’è più, con i suoi arrivi e le sue partenze, come L’Arrivée d’un train en gare de La Ciotat dei fratelli Lumière, dove molte persone si saranno incontrate, salutate o dette addio.

Ogni tanto capita di imbattersi nelle meraviglie dell’architettura. I viaggiatori di ogni tempo l’hanno sperimentato: qualche passo nella città e, come un lampo nel buio ti trovi davanti a un’opera dell’ingegno umano.

Nella nostra Europa è molto facile trovarsi in questa situazione ma qui, negli Stati Uniti è un po’ più difficile (ma non impossibile).

Qualche giorno fa, a downtown, nel quartiere finanziario di Columbus, ricco di grattacieli e vetrate, proprio davanti a un enorme edificio tutto specchi e luci colorate, ci si è materializzato davanti un enorme arco trionfale a imitazione di quelli romani. Per un attimo abbiamo pensato fosse solo una riproposizione per celebrare la grande banca locale. Ma la realtà qualche volta supera l’immaginazione e quindi…

Quindi la storia del nostro arco è realmente legata alla storia della città, dello sviluppo dell’America e delle scelte urbanistiche -non proprio fortunate- della moderna età dell’oro.

Tutto iniziò nel 1870 quando a un giovane architetto fu affidato il compito di realizzare la stazione ferroviaria di Columbus. L’architetto si chiamava Daniel Burnham e fu uno dei più grandi architetti americani: progettò i lavori per l’expò universale di Chicago del 1893 e realizzò numerose opere importanti come il Flatiron Building a New York e l’Union Station di Washington.

La stazione fu realizzata nella strada principale, High Street, cuore vitale della città con negozi e attività commerciali che si moltiplicavano proprio in quegli anni per diventare il quartiere di Short North.

Col passare degli anni la stazione diventò sempre più grande, trasformandosi in centro direttivo per tutti i cittadini. Negli anni ’50, però, la società americana cambiò velocemente e le tv rubarono il posto al focolare così come le automobili soppiantarono definitivamente le carrozze trainate dai cavalli.

La nostra stazione, bellissima opera d’architettura del 1800, diventò un freno proprio per lo sviluppo delle industrie automobilistiche, tanto che si decise nel 1976 di abbatterla per far posto alle strade asfaltate e a un enorme centro conferenze.

Appena due anni prima era stata inserita come opere da salvaguardare, in quanto simbolo storico nazionale. Il suo destino, però, era già segnato.

Un venerdi sera, nel 1977, un’impresa di demolizioni iniziò l’opera in tutta fretta; così in fretta che un giudice locale con l’amore per la cultura e la storia non potè far nulla per bloccare i lavori. I suoi colleghi giudici che avevano competenza su quella materia erano tutti occupati ad assistere alla partita di football dell’Ohio State University.

Solo il lunedi successivo, grazie a una pioggia imprevista che bloccò gli operai e a un’ingiunzione del governo federale, si riuscì a salvare quello che ancora rimaneva in piedi: l’arco trionfale nella sua maestosa bellezza.

Per anni fu conservato in un capannone e rivide la luce in un luogo lontano e diverso, proprio sotto i sessanta piani di grattacielo della banca.

Questa stazione non c’è più e ora quel treno a vapore che abbiamo immaginato e sognato corre lento nei ricordi dei vecchi automobilisti con le rughe sulla faccia di Columbus.

p.s. dal 1977 la città di Columbus, capitale dello stato dell’Ohio, non ha una stazione ferroviaria.

see you later train-alligators!

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Un concerto, per caso

5 Ago

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La musica identifica la cultura di un popolo e noi, cari alligatori, abbiamo voluto verificarlo in prima persona. Come? Andando a un concerto di una band culto degli anni ’70.

Fuori città, in un club desolato si sono esibiti per noi e per altri duecento appassionati/disperati i New Riders of The Purple Sage.

Sinceramente non sapevamo niente di questa band, ma la gente ci fa capire che si tratta di un’occasione unica e noi, naturalmente, capitiamo per caso a questi appuntamenti! L’atmosfera è quella di una Woodstock rivisitata: i capelloni hippy degli anni ’70 ora sono calvi e le pin up che vestivano abiti sgargianti sono diventate madri di famiglia o al meglio caricature sbiadite degli anni che furono.

Tra gli spettatori tanti giovani che ci parlano della band, ci descrivono le canzoni e noi, scettici e dubbiosi ci avviciniamo al palco.

Pochi giri di chitarra e capiamo che siamo davvero capitati nel posto giusto! Passo dopo passo guadagniamo la prima fila e le casse dove spicca un cartello fantastico che spiega tutto: don’t place drinks on stage!

Per ore balliamo travolti dalla musica folk-rock e ammiriamo questi signori. Hanno rughe tracciate nei volti ma sono davvero bravi, trasmettono emozioni come solo i veri artisti sanno fare. La musica identifica davvero un popolo e chiudendo gli occhi abbiamo immaginato le strade e le traversate da ovest a est lungo questa terra fantastica.

Raccontano di cowboys e di rapine al Glendale Train proprio come un vecchio film di Sergio Leone. Cantano di anni che hanno fatto grande l’America. Il sound è travolgente e tutto sembra perfetto: il rock-folk americano ci ha definitivamente conquistato.

Tornando a casa abbiamo cantato quelle canzoni fischiettando senza fine, immaginando che il cemento e le strade fossero delle immense praterie verso il  west.

See you later alligators!

(after while crocodiles)

 

 

amicizia

30 Lug

Aisha ci ha lasciato. La nostra amata gattina è andata via in una notte fredda, sola dentro una gabbia dal veterinario, a migliaia di chilometri da noi.

Chi non ha mai avuto un animale difficilmente potrà capire il tipo di rapporto che si instaura tra l’animale e il padrone. È un’amicizia profonda, molto intima: due mondi lontanissimi e diversi si incontrano. La nostra gattina ci ha permesso di entrare a far parte del suo piccolo grande mondo. Chi dice che il gatto sia solitario, egoista, opportunista forse non ne ha mai avuto uno al suo fianco.

Era una gatta dolcissima. Sensibile come solo gli animali possono essere, capiva subito se qualcosa non andava e saltava sulle gambe per consolarci a suo modo, facendo “la pasta” e ronfando un pò sottovoce.

La sera ci aspettava dopo le giornate di lavoro e ci accoglieva con il suo ciao, un miao che ripeteva due volte: la coda, a punto interrogativo, ci faceva capire la felicità di rivederci. Vi assicuro era reciproco!

Quando avevamo sonno dicevamo: “andiamo Aisha?” e lei schizzava nella camera e si faceva trovare sui piedi del letto. Nelle giornate fredde, d’inverno, voleva stare vicino a noi per riscaldarsi. Lo faceva passetto dopo passetto, piano piano. La mattina, alle sei, puntuale come un orologio svizzero, ci svegliava. Voleva che dalla finestra entrasse la luce e così saltava sulla mensola e tirava su la cinghia della serrenda, quel  poco perché mi alzassi e obbedissi ai suoi ordini…

Era una salsiccia. Questo era il suo soprannome ufficiale, e da qui tutte le derivazioni che vogliono le azioni goffe e maldestre essere definite “salsicciate”.

Giocavamo a farci gli agguati la sera: io mi nascondevo dietro un angolo e lei mi faceva gli agguati e viceversa. Questo per ore. Il rapporto con la sua mamma (adottiva) era ancora più particolare. Erano complici e lei capiva tutto, anche nei momenti più brutti aveva capito.

Molte volte, la sera, abbiamo pensato se fosse giusto tenere un animale in un ambiente non naturale per lui. Abbiamo pensato alla storia del leone Christian che ritrovò la libertà senza dimenticare i suoi padroni. Abbiamo pensato che con la nostra partenza sarebbe potuta andare a vivere in un posto dove c’era un enorme giardino dove poter correre e cacciare come l’istinto voleva. Così è stato, nel giardino di nonna Giovanna ha ritrovato il suo istinto, è riuscita addirittura a catturare un passerotto, che da brava salsiccetta ha lasciato libero.

Avremmo voluto poter riabbracciarla al nostro ritorno così come fecero i due ragazzi londinesi con il leone Christian, ma questa storia non ha un happy end.

La nostra amica Anne ci ha detto che quando qualcuno muore è più vicino a noi. Ecco, ora salsiccia è con noi, qui, sopra la scrivania che ci disturba mentre scrivo perché vuole salire sopra le gambe. Dai Salsiccetta, “andiamo”?

 

See you later Alligators

Ciao Salsiccia, ora non sei sola.

 

C’è posta per me! Il mio amico Barack Obama mi scrive.

26 Lug

 

Sono euforico, lo ammetto!

Scarichi le mail, per un attimo sgrani gli occhi, pensi sia il solito spam. Poi leggi piano due volte per essere sicuro e nei ricevuti vedi: mittente, Barack Obama.

Mi spiega che sta per essere superato dal suo avversario nella raccolta fondi per la rielezione. Nel mese di Giugno ha raggiunto la cifra di 2,4 milioni di donatori: la donazione media è stata di 53 dollari e il 98% ha dato meno di 250 dollari.

Nello stesso periodo il Repubblicano Romney ha raccolto con il solo 6% dei suoi donatori l’80% dei fondi. Questa cifra, continua, non include i milioni di dollari delle lobbies che stanno infangando me, voi e quello in cui crediamo.

Ancora, dice che queste elezioni saranno un test per verificare se la democrazia partecipativa del cittadino americano è più forte della spesa massiccia per ottenere il consenso.

Conclude dicendo: I believe we can do this. Quando tutti noi contribuiremo per quanto possiamo, saremo la forza politica più forte!

 

firmato

Barack

Certo, ha mandato mail a tutti i cittadini ma mi ha dato una bella sensazione!

P.S. spero che nei prossimi anni nessun politico italiano mi mandi una mail per contribuire alla sua elezione. Abbiamo abbondantemente dato con i finanziamenti pubblici ai partiti.

 

See you later alligators!